Sulle professioni della comunicazione

Slcuni degli studenti del primo anno di COMeS hanno partecipato all’evento di Assolombarda sulle professioni digitali e la loro crescita nell0’immediato futuro. Per chi non ci fosse, ecco qui il link a un articolo che racconta l’evento e fornisce qualche informazione utile.

Sole24Ore

Annunci

A ciascuno il pop che si merita

Per chi fosse interessato, alcuni colleghi del Dipartimento di Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo (il dipartimento cui afferisco anch’io) hanno organizzato questo convegno, che si annuncia stimolante, e a cui invito soprattutto gli studenti di COMeS, nel caso avessero tempo e voglia. Si parla infatti di argomenti che riprenderemo a lezione nel secondo semestre.

comunicazione-spettacolo-Locandina_To_Each_their_Own_Pop_Def(1)

Cos’è un messaggio

Le lezioni di queste settimane sono particolarmente importanti, perché cerchiamo di affrontare in modo nuovo uno dei temi del nostro manuale: cosa è un messaggio?

Troverete sul testo diverse definizioni.

In primo luogo un messaggio è una espressione comunicativa dotata di significato. Capiamo benissimo cosa vuole dire. In secondo luogo un messaggio parla della realtà, sia essa esterna o interna al soggetto (come uno stato d’animo).   In terzo luogo un messaggio è codificato in base a un codice che permette anche di decodificarlo (se i soggetti lo condividono).  Infine, il messaggio ha un aspetto culturale (la cultura dell’epoca della canzone, con il suo slancio pacifista) e uno soggettivo, perché ciascuno può attivare dentro di sé certe specifiche emozioni.

Il messaggio può avere diverse dimensioni. Può essere intenzionale o no. Può essere denotativo o connotativo. Può insistere sul contenuto o sulla relazione, e può essere implicito o esplicito, cioè dire direttamente o suggerire.

Da ultimo, un messaggio può essere diretto o mediato, e può o no avere delle conseguenze.

Ma, e qui comincia la parte nuova, che sarà a disposizione negli appunti ma non è esplicitata sul libro, possiamo anche pensare al messaggio prima del suo significato, come oggetto che viene messo in comune. Da questo punto di vista, esso dipende in larga parte dalla sua forma.

Cominceremo dunque con il distinguere due tipi di messaggio: quello testuale e quello conversazionale (abbiamo già parzialmente anticipato alcune di queste differenze).

Abbiamo cominciato astudiare vare tipi di testi, e su questo vorrei anticipare che dovremo tornare e tornare, per diverse ragioni:

a) un testo è più facila da studiare che una conversazione: è lì, chiuso una volta per tutte; possiamo girarlo e rigirarlo come ci pare e abbiamo tutto il tempo si studiarlo con calma;

b) un testo di solito ha attraversato il tempo ed è più facile avere un repertorio di testi che consideriamo importanti, perché la cultura ha provveduto a farli sopravvivere e a segnalarli come significativi;

c) esistono più metodi per studiare il testi che per studiare la conversazione.

Il che non toglie, naturalmente, che anche la conversazione debba essere un oggetto importante, come vedremo.

La questione del potere e una poesia di Pasolini

Mentre affrontiamo il complesso tema del potere, e poi del potere nei media e dei media, ci siamo soffermati sulla celebre poesia di Pier Paolo Pasolini dopo i fatti di Valle Giulia.

Qui il link alla poesia:

http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1968/06/16/il-pci-ai-giovani/?printpage=undefined

Per chi vuole sapere come sono andati i fatti, rimando a una bella voce di Wikipediaa, più che sufficiente per gli scopi del nostro discorso.

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Valle_Giulia

Alcune considerazioni.

Primo: quella vicenda storico-politica ci racconta una prima fase della contestazione in cui l’appartenenza studentesca andava ancora al di là delle appartenenze politiche. Dopo tutto cambierà, ma non è così difficile vedere anche in Italia, come in tutto il mondo, una fusione di culture alternative del mondo giovanile (dall'”hippismo” dei capelloni milanese alle prime contestazioni del servizio militare in nome del pacifismo, fino a un diffuso sentire “altro” dei primi giovani nati come categoria sociale, anche nei consumi e negli stili di abbigliamento e di vita).

Secondo: la lettura pasoliniana non è solo provocatoria (se non nel suo linguaggio, che a leggerlo bene risulta un mix di giovanilismi – voluti e utilizzati con funzione critica – e di durezza espressiva), ma anche ben radicata nei fatti.

Terzo: quella vicenda e le varie versioni che i giornali e poi gli storici ne hanno dato spiega assai bene la differenza fra il lavoro intellettuale di interpretazione e quello giornalistico. Il secondo privilegia la velocità, la lettura immediata, il colpo a effetto. Il primo ha bisogno di tempo, spacca il capello in quattro, esercita l’elogio del dubbio. A lungo termine ha sempre ragione, ma magari nessuno nel frattempo si ricorda più dei fatti.

Prendiamo Valle Giulia: si parla di studenti, ma lì dentro ci sono almeno due (in realtà di più) linee di pensiero e di azione, dalla destra alla sinistra. Si guarda al fatto, ma si è rimasti ciechi sulle ragioni che fanno dell’università una bomba pronta a esplodere, sul cambiamento in atto negli intellettuali, sulla crisi di un sistema politico-sociale “ben temperato”, che si rivela una bella utopia.

Rileggere Pasolini in questa prospettiva aiuta. Non un personaggio facile, ma uno che si sforzava di pensare come un intellettuale con i tempi del giornalismo.

Comunicazione e potere

Il tema dell’ultima lezione poteva essere quello di un bel libro di Manuel Castells (teorico catalano della “società in rete”, la cui opera qualcuno ha paragonato al Capitale di Marx per sistematicità e influenza), dal titolo Comunicazione e potere (2009). Il lavoro ci serve perché con esso entriamo più nel cuore del corso, studiando in modo più specifico il ruolo del potere nelle relazioni, e in particolare nelle relazioni mediate (e più in particolare ancora nelle relazioni mediate da Internet).

Scrive Castells:

Se le relazioni di potere esistono in specifiche strutture sociali che sono costituite sulla base di formazioni spazio-temporali, e queste formazioni spazio-temporali non sono più principalmente collocate al livello nazionale ma sono globali e locali al tempo stesso, il confine della società cambia, e cambia anche il quadro di riferimento delle relazioni di potere che trascendono il nazionale (pag. 11)

Il miglior modo per commentare questa frase è mostrare il particolare sviluppo della rete. E niente lo fa meglio di alcune rappresentazioni geografiche della rete stessa; per esempio:

a) il modo in cui interagisce con il pianeta, come si distribuisce eccetera.

http://segugioinformatico.it/visualising-the-internet-mappa-dinamica-che-mostra-la-diffusione-di-internet-nel-decennio-1998-2008/#

b) la struttura fisica delle connessioni

http://www.mooseek.com/articoli/la-mappa-dei-cavi-sottomarini-di-internet-del-2013/

c) la geografia politica dei poteri e delle repressioni

http://notebookitalia.it/web-12-paesi-nemici-di-internet-4975.html

Ciascuna di queste rappresentazioni prefigura una certa attività di potere (o di contropotere).

Modelli di comunicazione

La prossima sarà una classica lezione di un corso che – come il nostro – cerca di offrire elementi di base per la comprensione della comunicazione: sarà insomma dedicata ai modelli comunicativi. Nel libro di testo trovate una lunga dissertazione su come si sono sviluppati questi modelli, che sono di varia natura.

Ma qui vorrei fare una piccola considerazione sul concetto stesso di modello: uno schema, di solito illustrato da una visualizzazione grafica, che semplifica un processo, o un insieme di relazioni. E’ il caso del modello di Shannon e Weaver (ma non andrebbe dimenticato il buon Wiener), che dal dopoguerra in poi ha fatto da base a una molteplicità di applicazioni fondamentali.

L’idea è semplice. Siamo alle origini della cibernetica, e la vera questione è come trasmettere informazioni da un computer a un altro. E’ evidente a tutti (soprattutto a chi ha inventato il modello) che questo non ha nulla a che vedere con la comunicazione umana, che è molto più complessa. Nella comunicazione interpersonale non ci sono affatto un emittente e un ricevente, non c’è una comunicazione lineare seguita da un feed back. Ci sono precomprensioni, tentativi, gesti complicati, sovrapposizioni, e così via. Ci sono insomma due o più attori che si parlano e in questo senso comunicano.

Ma se voglio trasmettere informazioni da un computer all’altro ho bisogno di un processo chiaro, che riduca le ambiguità e che formalizzi i modi di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.

Allora potremmo chiederci: quali i meriti e quali i demeriti della modellizzazione della comunicazione?

Meriti: questi modelli fanno da base – come abbiamo detto – allo sviluppo di tutta la digitalizzazione (una lunga storia, ma ne parleremo un’altra volta). Inoltre introducono una questione fondamentale che è costituita dal ruolo del destinatario. Già il modello di Shannon e Weaver illustra che tutto il processo è finalizzato a far ricevere il messaggio da parte di qualcuno. Quel destinatario è decisivo e centrale nel processo. Discuteremo un bel po’ su questo punto, che sta alla base non di tutta la comunicazione, ma certo di quella comunicazione in cui non si ha compresenza degli attori. Se mando una lettera è perché l’altro non è lì, e quindi mi devo preoccupare che la lettera gli arrivi, che capisca che cosa c’è scritto, che faccia quello che eventualmente gli devo chiedere di fare.

Demeriti: la grande stagione dei media one way (soprattutto radio e televisione) ha finito per dare a questi modelli una centralità che non vale per la comunicazione interpersonale, ma che forse non vale nemmeno per i social media e il web 2.0, nonché per altri media insieme antichi e nuovi come il telefono.

Dunque: i modelli sono importanti, ma non valgono sempre e comunque. Nihil sub sole novi.