Cos’è un messaggio

La lezione di oggi è particolarmente importante, perché cercheremo di affrontare in modo nuovo uno dei temi del nostro manuale: cosa è un messaggio?

Troverete sul testo diverse definizioni.

In primo luogo un messaggio è una espressione comunicativa dotata di significato. Capiamo benissimo cosa vuole dire. In secondo luogo un messaggio parla della realtà.  In terzo luogo un messaggio è codificato in base a un codice che permette anche di decodificarlo.  Infine, il messaggio ha un aspetto culturale (la cultura dell’epoca della canzone, con il suo slancio pacifista) e uno soggettivo, perché ciascuno può attivare dentro di sé certe specifiche emozioni.

Il messaggio può avere diverse dimensioni. Può essere intenzionale o no. Può essere denotativo o connotativo. Può insistere sul contenuto o sulla relazione, e può essere implicito o esplicito, cioè dire direttamente o suggerire.

Da ultimo, un messaggio può essere diretto o mediato, e può o no avere delle conseguenze.

Ma, e qui comincia la parte nuova, possiamo anche pensare al messaggio prima del suo significato, come oggetto che viene messo in comune. Da questo punto di vista, esso dipende in larga parte dalla sua forma.

Cominceremo dunque con il distinguere due tipi di messaggio: quello testuale e quello conversazionale (abbiamo già parzialmente anticipato alcune di queste differenze). Cominciamo, e vediamo dove andiamo a parare.

Comunicazione e potere

Il tema dell’ultima lezione poteva essere quello di un bel libro di Manuel Castells (teorico catalano della “società in rete”, la cui opera qualcuno ha paragonato al Capitale di Marx per sistematicità e influenza), dal titolo Comunicazione e potere (2009). Il lavoro ci serve perché con esso entriamo più nel cuore del corso, studiando in modo più specifico il ruolo del potere nelle relazioni, e in particolare nelle relazioni mediate (e più in particolare ancora nelle relazioni mediate da Internet).

Scrive Castells:

Se le relazioni di potere esistono in specifiche strutture sociali che sono costituite sulla base di formazioni spazio-temporali, e queste formazioni spazio-temporali non sono più principalmente collocate al livello nazionale ma sono globali e locali al tempo stesso, il confine della società cambia, e cambia anche il quadro di riferimento delle relazioni di potere che trascendono il nazionale (pag. 11)

Il miglior modo per commentare questa frase è mostrare il particolare sviluppo della rete. E niente lo fa meglio di alcune rappresentazioni geografiche della rete stessa:

ci sono molti modi di rappresentare la rete. A integrazione di quanto abbiamo detto a lezione, ecco qua un breve elenco:

a) il modo in cui interagisce con il pianeta, come si distribuisce eccetera.

http://segugioinformatico.it/visualising-the-internet-mappa-dinamica-che-mostra-la-diffusione-di-internet-nel-decennio-1998-2008/#

b) la struttura fisica delle connessioni

http://www.mooseek.com/articoli/la-mappa-dei-cavi-sottomarini-di-internet-del-2013/

c) la struttura delle relazioni stabili (gli hyperlinks)

http://missionidigitali.blog.testimonidigitali.it/wordpress-mu/files/2010/03/internet-traffic-map1.gif

d la geografia politica dei poteri e delle repressioni

http://notebookitalia.it/web-12-paesi-nemici-di-internet-4975.html

e) la geografia delle teorie complottiste

http://pvnmtt.it/pages/complottisti.html

Ciascuna di queste rappresentazioni prefigura una certa attività di potere (o di contropotere).

Considerazioni sul ritratto fotografico come situazione comunicativa

In questo post cercherò di trarre alcune conclusioni (provvisorie) dai testi e dalle foto che mi avete mandato. Ne discuteremo poi a lezione.

In primo luogo, avete lavorato bene: ho ricevuto quasi cento lavori, alcuni dei quali eccellenti.

Quindi complimenti e grazie della fatica che vi siete sobbarcati.

Come promesso, ho cancellato le vostre mail con le foto dal mio server di posta.

Terrò conto del vostro lavoro in sede di valutazione finale. Questo significa che ho creato un foglio excel con i vostri nomi e la valutazione di questo primo compito.

Sulla mia pagina docente metterò il file dei nomi di chi ha consegnato il lavoro. Serve a voi per controllare che ciò che mi avete inviato sia stato ricevuto. Se non vedete il vostro nome e avete inviato il materiale, scrivetemi o mettetevi in contatto con me, e rimedieremo.

 

Ed eccoci ad alcune considerazioni sui vostri lavori.

1) La nozione di ritratto

Vi avevo chiesto un ritratto fotografico. Un ritratto è un ritratto, ha una sua propria definizione. Leggete per esempio questa su Wikipedia: “Il ritratto fotografico è un genere dove si incontrano una serie di iniziative artistiche che ruotano intorno all’idea di mostrare le qualità fisiche e morali delle persone che compaiono nelle fotografie”. E non dite non lo sapevo, perché se vi si chiede qualcosa dovete essere certi di aver capito o chiedendo a me o consultando le fonti.

Ora, alcuni di voi non hanno inviato ritratti. Cito alcuni casi:

  1. foto di eventi (vedi per esempio la celebre foto della bambina vietnamita sotto il bombardamento o quella del soldato della Germania Est che cerca di fuggire all’Ovest), fotogrammi di film (come The wolf of wall street), o uno screen shot di una trasmissione di un vlogger (e in qualche caso non sono nemmeno fotografie)
  2. foto di statue (il pensatore di Rodin o un bronzo di Riace)
  3. foto di situazioni (il bacio di Erwitt, una foto di migranti che si calano in mare da un barcone): potremmo invece prendere per ritratto la foto di una ragazza alla lavagna che scrive il suo commento all’incipit Before I die I want…
  4. foto pubblicitarie: anche se inquadrano personaggi il loro scopo è solo quello di mettere in evidenza il marchio o il prodotto.

Non abbiatevene a male. Ho valutato positivamente alcuni commenti anche se la foto non era proprio un ritratto…

 

2. Eccoci ora ai ritratti veri e propri.

Cominciamo da una doppia griglia: su un versante abbiamo l’opposizione conosciuto/sconosciuto; sull’altra quella dello scatto di altri o dell’autoscatto.

Insomma, abbiamo ritratti di personaggi famosi: Ingrid Bergman, Salvador Dalì, Donald Trump e Illary Clinton…, ma anche i vostri ritratti, o quelli di persone comuni. Inoltre abbiamo alcuni scatti di grandi fotografi (Steve McCurry, Gordon Parks…), altri di fotografi sconosciuti, altri dello stesso soggetto fotografato.

Di solito i ritratti fatti da grandi fotografi finiscono sui giornali e nelle mostre, o nei libri dedicati all’arte e/o alla fotografia. Gli altri possono essere stati trovati sul web o chissà dove. Il fatto è che prima del web l’opposizione era fra pubblico e privato, e oggi invece è fra socializzato o non socializzato. Dovremo parlare di questo punto.

In particolare, i ritratti fotografici d’autore sono un po’ come i ritratti pittorici: l’autore si sforza di mostrare il suo punto di vista, cerca di trasmettere un’essenza in qualche modo universale.

Naturalmente, le cose cambiano quando i fotografi siamo noi dilettanti, e spesso è la fortuna a farci trovare quasi per caso un significato profondo in uno scatto. E’ quello che Roland Barthes chiamava il punctum, e anche di questo dovremo parlare a lezione.

Un caso interessante è l’autoscatto. Qui ce ne sono diversi casi. Alcuni sono propriamente autoscatti o selfies (come nel caso di Cara Delevingne o di Kylie Jenner). Il caso del selfie ha due dimensioni. Da un lato è un autoscatto con opportunità e limiti specifici legati alla tecnica di ripresa. Dall’altro è di solito finalizzato ai social, e questo significa che in questo caso la foto può essere scattata con l’intenzione esplicita di diffonderla.

Nel caso dei selfies si può inserire un paesaggio, una situazione o una particolarità cui ci si sente legati e che insieme riteniamo offra un’idea di noi a chi li guarda.

Di solito nei selfies si rivelano relazioni di amicizia o di parentela (foto con amici, compagni di viaggio, familiari…), o si fissa un particolare momento di un viaggio o di una esperienza. In questi casi si esprime una soggettività collettiva (appunto una famiglia, un gruppo eccetera), di cui l’operatore fa parte e di cui è testimone/fotografo.

Alcuni ritratti sono scattati per una persona: i familiari di una donna assente o lontana cui si manda un messaggio di affetto. In questo caso si tratta di veri e propri messaggi ad personam.

Altre foto vengono ripescate e magari montate in sequenza con altre per acquisire un particolare significato. In questo caso è in gioco il tempo (come in una foto di madre e figlia fotografate a distanza di venticinque anni alla stessa età; o quella di un bambino accostato a se stesso da giovane), e questo è un punto essenziale per la fotografia.

Alcune foto sono trattate con effetti semplici o complessi. La diffusione di questi effetti ha cambiato di fatto la storia della fotografia (altro punto che dovremo approfondire).

Molti commenti hanno insistito sull’inferenza dello spettatore. Insomma, avete capito che una foto dissemina tracce che devono essere seguite per comprendere il contesto, il significato o lo scopo della foto.

L’inferenza può basarsi su ciò che sappiamo (per esempio sappiamo dell’estrosità di Salvador Dalì o della bellezza di Ingrid Bergman), o su nostre presupposizioni, magari morali (una donna incinta che sorride fa pensare alla fertilità; una ragazza in bikini trovata sui social fa pensare che abbia postato la foto con un po’ di malizia, scoprendosi più del dovuto).

Un altro aspetto dell’inferenza riguarda la natura metaforica della foto: due foto della stessa ragazza a distanza di un secondo, con il viso in ombra nella prima e in luce nella seconda possono suggerire la natura complessa della personalità.

Un’ultima osservazione: alcuni di voi hanno inviato ritratti davvero toccanti, riferiti a momenti particolari della loro vita. Non dimentichiamo che il rapporto della fotografia con il tempo, di cui parlavamo, comporta anche il fatto di dover fare i conti con la nostalgia, e qualche volta con il dolore.

Presentare se stessi

Nella lezione di martedì e in quella di oggi abbiamo visto che parlare di noi stessi è complicato perché

a) l’identità di una persona è complessa e dipende da molti fattori socio-culturali, situazionali, connessi agli obiettivi che ci si prefigge. Come se non bastasse la soggettività evolve nel tempo, e non è detto che siamo sempre fedeli a noi stessi

b) il contesto gioca un ruolo essenziale con le sue complesse ritualità e dobbiamo districarci fra modelli di comportamento e galatei assai diversi

c) le ritualità sociali poi sono decisive, perché distribuiscono vincoli e opportunità.

Abbia provato a presentarci di persona, abbiamo discusso presentazioni sui social media, abbiamo analizzato curricula piuttosto fantasiosi. Ora tocca a voi. Questo è il compito per questa settimana (da completare entro lunedì mattina):

  • Scegliete un ritratto fotografico, vostro o altrui, che ritenete significativo.
  • Postatelo sul blog con un commento che spieghi perché vi sembra interessante dal punto di vista della comunicazione

AVVERTENZA: non pubblicherò le foto sul blog, ma sintetizzerò le ragioni di interesse che scrivete.

Buon lavoro!

Media e politica: un modello di analisi

Quali sono allora i punti cardine da tenere presenti per un’indagine storico-sociologica sui rapporti complessi e dinamici tra media e politica?

Direi fondamentalmente tre:

  • a) lo sviluppo dei sistemi politici
  • b) lo sviluppo dei media
  • c) le tendenze sociali e i periodi storici.

Sviluppo dei sistemi politici: è ovvio che l’Italia post-bellica e repubblicana presenti rapporti fra politica e media assai diversi da quella successiva alla crisi di Tangentopoli.

Sviluppo dei media: la disponibilità di media e la loro centralità (cinema e giornali nel dopoguerra, televisione negli anni Ottanta per esempio) agisce sulla comunicazione politica e i suoi canali.

Le tendenze sociali: esistono le culture politiche, che permeano e plasmano i comportamenti degli elettori e del personale politico. Se dalla partecipazione si passa all’individualismo a cavallo fra gli anni Settanta e gli Ottanta, dobbiamo aspettarci tematiche politiche e mediatiche assai differenti.

Un buon esercizio è provare ad applicare questo modello agli spot politico-televisivi, raccolti in questo prezioso archivio:

http://www.archivispotpolitici.it/

I soggetti della comunicazione

Questa è una lezione che si potrebbe fare in mille modi, e fatico sempre a scegliere quello giusto. Il primo punto essenziale è che quando parliamo della soggettività tocchiamo un punto cardine non soltanto dei communication studies, ma anche della filosofia, dell’antropologia e della sociologia. Quindi il materiale è spinoso.

Il manuale ricorda che quando parliamo dei soggetti della comunicazione

a) parliamo di soggettività diverse, ossia di un’alterità essenziale: la persona che parla con me non è me

b) parliamo di soggetti che intenzionalmente compiono atti comunicativi, e non che involontariamente compiono gesti che possono essere interpretati come tali

c) parliamo sia di individui che di collettività

d) parliamo sia di persone che di ruoli.

Qui vorrei soffermarmi soprattutto sulla questione dei ruoli, distinguendone due:

1. I ruoli sociali. Quando parlo con voi non sono Fausto Colombo, ma il Prof. Fausto Colombo, e questo significa che ho un ruolo nei vostri confronti che definisce in parte quello che dico e faccio. Ma i ruoli sociali possono essere sfumati: per esempio, come ci ricorda Goffman, quando interagiamo adottiamo dei comportamenti tesi a dare di noi un’idea precisa all’interlocutore. Lo stesso ci capita, per esempio, quando postiamo la foto del nostro profilo su Facebook, cui magari dedichiamo tanta attenzione. Per esempio, cerchiamo una certa posa invece di un’altra, il che implica un modo di porre la nostra soggettività…

2. I ruoi testuali. Tema complesso che non potremo sviscerare a fondo. Però possiamo cominciare riflettendo sulla interpretazione. Quali soggettività sono in atto quando recitiamo il testo di qualcuno, o cantiamo la canzone di un altro? Faccio un esempio che penso risulti molto chiaro: una canzone cantata da tre interpreti diversi, e che diventa nei quattro casi una canzone molto diversa:

Oppure, se volete un altro eccellente esempio, seguite queste due versioni di My Way:

Ma naturalmente siamo soltanto all’inizio del nostro discorso.

Quest’anno proverò ad affrontare la questione della soggettività in modo induttivo (ricordate la questione dei modelli non normativi?). E in particolare partirò dalla questione di come noi ci poniamo come soggetti, quando ci presentiamo, in situazioni diverse e con mezzi diversi.

Ma per il dettaglio dovrete cercare le slides sulla mia pagina docente.

Le relazioni fra media e politica 3

Fra le relazioni possibili che intercorrono tra mondo dei media e mondo politico una posizione importante è naturalmente occupata dalla capacità del primo di raccontare il secondo. Raccontare significa non soltanto rendere trasparente (questa è un’illusione molto recente, che il web ha alimentato e distorto con pratiche come lo streaming delle riunioni al vertice, ben presto abbandonato), ma anche e soprattutto indirizzare entro un determinato contesto di significato.

Un esempio: la ben  nota vicenda di Noemi Letizia e dell’amicizia sua e della sua famiglia con Silvio Berlusconi. Tutto comincia da una foto apparentemente innocente, pubblicata su un giornale popolare

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ma di lì parte una campagna, soprattutto intestata a Repubblica, che si concretizza in dieci domande e in una narrazione assai problematica e scabrosa della vicenda:

http://temi.repubblica.it/repubblicaspeciale-dieci-domande-a-berlusconi/

Di lì parte quella revisione narrativa della figura di Berlusconi che porta alla crisi della sua leadership politica.

Ma se parliamo di narrazione, non dobbiamo dimenticare forme più classiche, come la satira:

http://www.spinoza.it/