Fruire, interpretare…

Nella scorsa lezione, e anche nella prossima, il tema affrontato è quello dell’interpretazione.

Il punto di partenza è il seguente: le teorie della comunicazione hanno scoperto relativamente tardi la qualità e l’importanza di quello che il ricevente fa quando fruisce un testo. A partire dagli anni Settanta, tuttavia, grazie alla riflessione di Umberto Eco, Stuart Hall, Michel De Certeau, i reception studies e la teoria della domestication (Morley e Silverstone, fra gli altri), si è progressivamente messa a fuoco la specifica attività del lettore/spettatore/fruitore/utente.

Questa attività è si basa su quattro questioni:

Significato: scoperta e creazione. Il significato nascosto nel testo non è prodotto da noi. Però non si può nemmeno propriamente parlare di significato se non si intende che questo è co-prodotto da autore, testo e ricevente. Senza questa cooperazione il significato non si chiude. Se sono su un’isola deserta e metto un messaggio in una bottiglia, il significato di questo messaggio (aiuto, venitemi a prendere!!!) non si dà fin quando qualcuno lo legge e soprattutto lo interpreta come una richiesta di soccorso e non come lo scherzo di un turista burlone. Abbiamo dedicato un paio di esempi a questa attività interpretativa. Abbiamo letto due poesie di Prévert (I ragazzi che si amano e Questo amore), chiedendoci perché riusciamo ancora a sentirle nostre. La risposta è che noi ci mettiamo la nostra esperienza, le rileggiamo applicandole in qualche modo a noi. D’altronde, che i testi cambino la realtà, è piuttosto evidente nella storia che abbiamo letto a partire da un romanzo di Sepulveda, Il mondo alla fine del mondo, in cui un ragazzo riesce a farsi imbarcare su una baleniera nella Terra del Fuoco raccontando Moby Dick.

Schemi, copioni, enciclopedie. Quando fruiamo un testo, non è mai la prima volta. Abbiamo una certa abilità a riconoscere le varie tracce poste dall’autore, che si riferiscono a un patrimonio comune di elementi, racconti, mondi possibili, fatti noti.

Frame e situazioni sociali. Quando interpretiamo nella realtà cerchiamo di cogliere la situazione come una situazione data, già imparata in qualche modo.

Precomprensione e pregiudizio. Putroppo, i nostri schemi mentali a volte ci aiutano, ma a volte no. Se siamo razzisti, prevenuti e malfidenti, giudicheremo probabilmente male il gesto amichevole di una persona di colore, malvestita un po’ zoppicante che si avvicina, anche se magari sta solo cercando di restituirci il portafoglio che ci è caduto in metropolitana… Su questo punto abbiamo discusso un video di Aldo Giovanni e Giacomo, che mettono in scena la parodia degli stereotipi sui sardi:

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Ed eccoci alle regole della cooperazione comunicativa. Ne segnalo due serie. La prima serie è quella messa a punto da Grice.

Secondo Grice – che forse è troppo ottimista – quando si comunica lo si fa per capirsi e darsi un contributo reciproco. Ciò significa adeguarsi nella conversazione

  • a quanto richiesto
  • nel momento in cui avviene
  • dall’intento comune accettato
  • dalla direzione dello scambio verbale in cui si è impegnati

Quindi – allo scopo – occorre attenersi a quattro massime fondamentali, definite della quantità (dì quel tanto che serve), della qualità (dì il vero), della relazione (sii pertinente) e della modalità (non essere oscuro).

Secondo Lakoff, che si occupa essenzialmente della conversazione, le regole fondamentali sono quelle della cortesia:

  • Non ti imporre
  • Offri delle alternative
  • Metti l’interlocutore a suo agio.

Come al solito un buon modo di capire queste regole è vederle trasgredite, magari a scopo comico:

Economia e politica del Web 2.0

Non ho avuto tempo di toccare in aula questo capitolo (il primo de Il potere socievole). Ecco comunque qui alcune slides che potrebbero aiutarvi nella lettura del volume.

 

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Come si vede, assistiamo sia nel campo dei mercati che in quello della partecipazione politica a forti ambiguità del web 2.0, come strumento e come contesto. Il che dovrebbe rendere prudenti rispetto a facili ottimismi (possibilmente senza trasformarci in pessimisti inguaribili…

Il potere secondo Foucault

Quando si parla di Michel Foucault, uno dei più influenti maîtres-à-penser degli anni Sessanta-Ottanta, molti scuotono la testa: un autore complicato, che usava il suo inimitabile cervello come una lama, e che lasciava ben poco tranquilli con i suoi temi (la nascita del pensiero, gli apparati di potere, la sessualità, la cura di sé).

Eppure, la sua fama è andata crescendo, anche dopo la sua scomparsa nel 1984. Ed è andata crescendo soprattutto negli ultimi anni, a partire dallo sviluppo delle reti e del web 2.0. Le mie lezioni da oggi cercheranno di illustrare le ragioni dell’influenza di Foucault nella sociologia del web. Cominciamo così anche la seconda sezione del corso, dedicato appunto ai rapporti fra web e potere.

In primo luogo, la concezione foucaultiana del potere è estremamente complessa, e si lega alla distinzione fra potere di sovranità e potere disciplinare.

Il primo, legato alle società pre-moderne, è caratterizzato dalla visibilità del sovrano e dall’invisibilità del suddito.

Il secondo, al contrario, dalla assoluta visibilità del cittadino, sottoposto a una continua sorveglianza da un potere invisibile.

Il primo reprime, il secondo previene e condiziona.

Il primo è tendenzialmente assolutista e si esercita sui corpi. Il secondo è più partecipato e democratico e si esercita sui comportamenti e il pensiero.

Un esempio celebre del secondo è il panopticon:

Panopticon

il perfetto carcere dove la sorveglianza consente il controllo totale dei reclusi.

Sul panopticon si sono esercitati molti autori, e molti celebri letterati hanno immaginato potenti distopie assai simili (tra cui Orwell con il suo 1984).

La proposta che faccio è di applicare il pensiero foucaultiano usando i suoi meccanismi più che le sue conclusioni.

Quest’anno ho arricchito il lavoro su Foucault con un saggio di D. Lupton sulla Dataveillance, che mostra quanto il tema della sorveglianza (nella doppia forma della surveillance e della sousveillance) può assumere oggi.

Vi indico qui anche una bella definizione da parte dello stesso Foucault del concetto di dispositivo:

https://foucaultblog.wordpress.com/2007/04/01/what-is-the-dispositif/